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Arriva il farmaco miracoloso che salva la memoria

Arriva il farmaco miracoloso che salva la memoria
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Ricercatori italiani fanno luce sul ruolo chiave dei farmaci dopaminergici nel migliorare la memoria di lavoro, svelando il delicato equilibrio tra dosi e aree cerebrali coinvolte.

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La memoria di lavoro, essenziale per operazioni cognitive quotidiane come ricordare una lista della spesa, è anche un punto nevralgico nei disturbi psichiatrici. Un recente studio approfondisce i meccanismi che influenzano questa memoria breve, offrendo nuove prospettive terapeutiche.

Le Basi della Memoria di Lavoro: Funzioni e Limiti

La memoria di lavoro è una componente critica della nostra capacità cognitiva. Questa memoria temporanea ci permette di conservare e manipolare informazioni per periodi limitati, favorendo l’elaborazione di compiti complessi. Tuttavia, in condizioni patologiche come la schizofrenia, questa capacità risulta compromessa. Curiosamente, non esistono ancora farmaci in grado di potenziare significativamente la memoria di lavoro, né nei pazienti né in individui sani. Gli scienziati hanno comunque esplorato il potenziale dei farmaci dopaminergici, scoprendo che stimolare i recettori D1 della dopamina può migliorare la memoria, ma solo a basse dosi. Questo fenomeno è stato documentato in uno studio approfondito, pubblicato su Nature Communications, condotto da una collaborazione di prestigiosi istituti italiani.

L’Equilibrio Delicato tra Dosi e Effetti

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L’indagine ha rivelato che una somministrazione moderata di farmaci dopaminergici può espandere significativamente la memoria di lavoro, operando attraverso lo striato. Tuttavia, superata una certa soglia di dosaggio, gli effetti benefici si trasformano in dannosi: la funzione mnemonica peggiora. Elvira De Leonibus del Cnr-Ibbc e Tigem spiega che questo cambiamento è dovuto all’attivazione della corteccia prefrontale a dosi elevate, il che interferisce negativamente con lo striato, causando un deficit di memoria. Il team di ricercatori ha utilizzato tecniche avanzate per dimostrare che inibendo specifiche interazioni cerebrali, si possono prevenire i danni derivanti da dosaggi elevati. Questo studio suggerisce che l’efficacia farmacologica deve essere valutata a livello di interi circuiti cerebrali piuttosto che mirando a bersagli isolati.

Implicazioni per i Disturbi di Memoria nella Schizofrenia

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L’applicazione pratica di questa ricerca si estende anche a disturbi neurologici complessi come la schizofrenia. “Abbiamo riscontrato che le stesse dosi di farmaco che migliorano la memoria nei soggetti sani sono efficaci nel ridurre i sintomi di deficit di memoria in modelli animali di schizofrenia,” afferma De Leonibus. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che aumentare indiscriminatamente le dosi non aumenta l’efficacia; anzi, attiva diverse aree cerebrali generando effetti avversi. Questo rappresenta una sfida cruciale nella scelta e nello sviluppo di farmaci antipsicotici, dove la comprensione dei circuiti cerebrali diventa altrettanto importante della conoscenza delle singole regioni cerebrali. Lo studio invita a un ripensamento nella progettazione di molecole che devono adattarsi con intelligenza ai circuiti su cui agiscono, il tutto in vista di terapie più efficaci e mirate.